Io per un attimo al posto tuo: racconto la guerra!

Noi la guerra non sappiamo cosa sia, non abbiamo idea di cosa voglia significare. Sì, ne abbiamo sentito parlare dai nostri nonni e l’abbiamo studiata a scuola. Sappiamo anche che ci sono e ci sono state altre guerre nel mondo, ma davanti a questa tra Russia e Ucraina siamo rimasti basiti, forse perché è uno stato cosi vicino all’Italia e forse perché ci riconosciamo in quel popolo cosi uguale a noi. La nostra riflessione si è soffermata su tutti i profughi di tutte le guerre. Ne abbiamo parlato molto, cercando di capire. Abbiamo lavorato sull’empatia e sulle emozioni, cercando il più possibile di immedesimarci in alcune storie che abbiamo appreso attraverso i media. Ci siamo immaginati alcune situazioni, ma sappiamo che siamo ben lontani dalla realtà. Questo è il nostro modo di sentirci vicini al popolo ucraino e di dire NO ALLA GUERRA!

Sono una badante e sono in Italia da 5 anni. Tutta la mia famiglia vive in Ucraina. Al notiziario della sera hanno detto della guerra e che la mia città si trova in un conflitto armato. Ho visto la disperazione dei miei concittadini, ho pensato subito ai miei cari. Ho visto uomini civili con armi e donne fuggire con i bambini e tanta paura nei loro visi. La sirena del coprifuoco la corsa nei rifugi e le bombe su Kiev. Sono disperata! Chiamo mia figlia al cellulare, che squilla a vuoto, poi se Dio vuole mi risponde. Dice che stanno tutti bene ma la situazione è più brutta di quello che dicono: loro sono chiusi in un rifugio da due giorni, i bambini sono stremati e mio genero ha imbracciato il fucile ed è sul fronte della resistenza. Si è arruolato! Sono disposta a partire immediatamente, ma Irina, mia figlia, mi risponde che sarebbe inutile, che spera a breve di partire per la Polonia attraverso corridoi umanitari , forse in treno forse in pullman. Le chiedo di farmi sapere di tenermi informata perché andrò a prenderla al confine e la porterò in Italia. Non so ancora come farò, ma io sarò là a riprendermi la mia famiglia. Voglio riabbracciare i miei nipoti e mia figlia! Saperli in salvo è l’unico mio pensiero! E’LA MIA FAMIGLIA!

ANNAMARIA

Io sono una donna del paese dell’Ucraina in guerra con la Russia, ho deciso di non fuggire dalla mia patria ma è difficile perchè ho due bimbi piccoli. Così decido di arrivare al confine polacco. Il viaggio è lungo ed estenuante. Alla frontiera molte persone e molte auto e pullman in partenza per diverse destinazioni verso la salvezza. Comincio a chiedere se possono portare i miei figli a Varsavia dove ci sono alcuni miei parenti, gli altri sono in Russia. E’ incredibile! Mi metto un cartello al collo con la destinazione. Finalmente riesco a trovare una donna. Ha un auto e tre figli, sta scappando, ma alla mia richiesta è pronta ad aiutarmi; certo la responsabilità è veramente grande! Mi abbraccia e mi dice che anche questo è un modo di aiutare la patria. Non so chi sia, ma mi devo fidare, saperli in salvo è la cosa più importante! Ci scambiamo il numero di telefono e dopo aver rassicurato i mie figli li stringo con un abbraccio interminabile e ci dividiamo. Sto tornando indietro per arruolarmi e raggiungere mio marito con il dolore nel cuore e un numero nel telefono!

PATRIZIA S.

Mi chiamo Svetlana ho 27 anni. Ho dovuto purtroppo distaccarmi dai miei genitori che sono anziani e sono preoccupata, ma saperli in salvo è la cosa più importante. Ho portato la mia famiglia alla stazione e sono saliti con fatica su di un treno, l’unico per il confine, arriva e riparte continuamente. I miei avevano lo sguardo impaurito, ho cercato di rassicurarli, gli ho ripetuto che tutto andrà bene, che presto tutto finirà. La separazione è dura, mio padre mi ha stretto forte come mai aveva fatto e mia madre mi ha baciato sulla fronte stringendo forte le mie mani. Mi sono arruolata e cerco di raggiungere il mio fidanzato al fronte che però non so dove sia adesso. Mi sono rimboccata le maniche e mi sono messa a disposizione. Vedo scene raccapriccianti, desolazione fumo, fuoco ovunque, feriti. Sento tra uno scoppio e l’altro un silenzio pauroso. Il mio intento è aiutare e portare sollievo alle persone intorno a me. Adesso sono qui a riempire delle bottiglie e chiuderle con degli stracci.

VALENTINA

Sono una donna ucraina, portatrice di handicap in seguito ad un incidente stradale. Vivevo in un istituto con tante persone come me. Una mattina si sentirono in lontananza degli spari e dei boati. Non capivamo cosa stesse accadendo, fino a quando le infermiere vennero a dirci che la guerra era scoppiata. La Russia ci aveva attaccato. Tutti noi eravamo preoccupati per le nostre famiglie. Per una lunga settimana non abbiamo avuto notizie non riuscivamo a metterci in contatto con loro. Io la notte non riuscivo a dormire pregavo e piangevo, mi raccomandavo che non succedesse niente ai miei cari. La situazione peggiorava di giorno in giorno, finché un pomeriggio l’infermiere ci disse di prepararci e tenerci pronti perché in nottata in autobus saremmo partiti per il confine polacco, e lì ci saremmo ricongiunti con i nostri familiari. La mia gioia era soffocata dalla paura, avrei rivisto le mie figlie ma sapevo che i miei generi non ci sarebbero stati perché il fronte li aveva chiamati. L’autobus lasciava il centro abitato, ma i boati non si allontanavano. Non sapevamo se lasciavamo i bombardamenti o se gli andavamo incontro. Il viaggio sembrava che non finisse mai ed io, per sdrammatizzare e per rendere la situazione meno pesante, cominciai a cantare una canzone popolare e battevo le mani per tenere il tempo, tutte le mie compagne fecero uguale e in breve un unico coro si innalzò dai seggiolini. Ma ecco finalmente il cartello “dogana polacca”. Ce l’avevamo fatta! Temevamo che i nostri familiari non avessero potuto varcare il confine e di colpo un silenzio di paura. Il tutto fu interrotto da una infermiera che ci disse “Forza donne chi può si prepari, sapete che vi serve un po’ di tempo. Mettetevi i cappotti e tutto il resto “.

L’autobus si fermò, con un soffio le porte si aprirono e appena fu spento il motore, fu tutto un vociare, un chiamare e i pianti si unirono agli abbracci…ce l’avevamo veramente fatta! Un momento di gioia reso amaro dalla guerra; lasciare il tuo paese, non sapere cosa succederà ed essere impotente mi ha reso veramente invalida!

PATRIZIA V.

Mi chiamo Vladimir ho 33 anni . Sono padre di una bambina e di un maschietto, da poco nato; mia moglie Ivana ha 28 anni, viviamo alla periferia di Kiev. Fino ad oggi la nostra vita è stata normale, serena, come quella di tante altre famiglie. Dalle prime avvisaglie di guerra ho deciso di arruolarmi con le milizie locali per difendere il mio paese. Mia moglie è partita con i miei figli, cercando di raggiungere i suoi genitori in Romania. I nostri abbracci erano pieni di coraggio e ci siamo a vicenda rassicurati che tutto andrà bene, che questa assurda guerra avrà molto presto fine. Un’ora dopo mi hanno messo tra le mani un fucile e le munizioni. Mi hanno mandato al fronte, dove ho cominciato subito a combattere. Ho sparato per non so quanto, e mi hanno sparato per non so quanto. Non so se ho ucciso, ma sono pronto a farlo, sono pronto a difendere il mio paese e la mia gente da quel pazzo invasore che fino a ieri si dichiarava nostro fratello. Intorno a me solo distruzione e morte intervallate dalle sirene dei coprifuoco. Spero in una tregua e che, dopo un accordo, tutto finisca ma se così non fosse sono pronto a tutto. Sono pronto a resistere finché avrò forza. Intanto….prego e combatto.!

LUCA

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