Spensierato

Scritto da Stefano Rinaldi

Spenseriato: dovrebbe essere stato un adolescente che cresceva prendendo consapevolezza del proprio corpo, della sua sessualità, delle proprie emozioni contrastanti tra loro, gestite da quegli ormoni che ti indicano, come un richiamo, la tua strada.

Ogni giorno il tormento che affermava i miei bisogni di stare vicino ad una figura maschile, confondeva il dolore della perdita improvvisa di mio padre al bisogno di riconoscere il mio orientamento. In fondo a quella età si fa confusione, nel bisogno di sperimentare e la società certo non ti aiuta, non ti rappresenta, non ti tutela, anzi punisce qualsiasi pensiero se non omologato, incaricando te stesso di punirti.

Eccessi di ogni tipo, ti sviano dalla conoscenza di te. Poi inevitabilmente non riusciamo sempre a tenere sotto controllo tutto e allora nasce l’imprevisto… la curiosità lascia la paura da parte e in punta di piedi cadi in quei gesti che la natura ti chiede. Dico questo per raccontare con le sensazioni di 40 anni fa, l’esperienza che ha cambiato la mia vita, il mio percorso.

Una sera con gli amici abbiamo deciso di andare a vedere un rally sulle nostre colline. Risate, abbracci, qualche bicchiere e un panino, liberarono le barriere e nacque una grande intesa con un amico che in quella fase si giudica del cuore, il migliore, quello che avresti dato la vita solo per poter essere contraccambiato. Da lì a poco ci trovammo a conoscere i nostri corpi senza sentirci in colpa. Pochi attimi e la condanna nel fare qualcosa di sbagliato ci ha portò ad ignorarci… anzi subito la colpa mi assalí.

I giorni dopo sentivo la vergogna che mi accarezzava, vedevo negli altri una indifferenza scostante che mi faceva sentire sbagliato.

Una sera fu deciso che avrei dovuto pagare per quello che avevo fatto. L’eroe mi volle incontrare perché avrebbe dovuto dimostrare a tutti che ero stato io, che lui non era così. Fu un gesto pubblico in un silenzio, dove la mia risposta a questo fu solo: “Guarda che ogni cosa l’abbiamo fatta in due!”.

Un pugno, un solo pugno che decideva chi era giusto e chi sbagliato. Credo che l’abbia fatto solo per dimostrare al gruppo che lui non era così, che poteva essere reinserito nel branco senza macchia. Non rimaneva altro che scomparire, un “finocchio“ non deve vivere. Arrivai a casa e ingerii tutti i farmaci che trovai, un gesto stupido di un adolescente che cerca aiuto. Mia madre mi chiamava…sapevo solo dire che non ero un uomo!

Racconto questo, perché quello che è successo con l’affossamento del DDL Zan, dimostra ancora una volta, che il nostro Paese vuole negare il diritto di esistere a tutte le diversità. Non riconosce le persone nella loro identità e non punisce tutti gli atteggiamenti, gesti e parole che possano deformare il presente a tante persone, limitando la vita altrui.

Una politica che ride, che applaude non rappresenta la realtà, è lontana dalla vita e dal rispetto per la vita di tutti e tutte.

Credo che parlare del ddl Zan senza parlare del personale sia impossibile, perché proprio delle persone parla.
Raccontare una storia come la mia, è il modo per dare contenuto a quel testo di legge, tanto avversato. 

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